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IL PRISMA centro culturale multimedia Siena 1980

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Archivio della memoria

"Ezio Felici"

 

Ezio Felici nasce a Siena nel 1882, il 17 marzo, da Gaetano Felici e Maria Rabecchi, in Vallerozzi nella contrada della Lupa. Nonostante le umili origini dopo aver frequentato le scuole normali approfondisce i suoi studi da autodidatta e già nei primi anni del ’900 collabora con giornali e riviste come corrispondente da Siena. Pur ereditando dal padre, ex garibaldino, un’attività di spedizioniere che abbandonerà in seguito, continua la sua attività giornalistica e di scrittore. Nel 1917 diverrà bibliotecario personale del Conte Antonio Palmieri alla villa delle Fornacelle. All’epoca aveva già pubblicato, tra l’altro, tre volumi di sonetti in vernacolo senese: Le feste di Siena (1908), La battaglia di Monteaperti (1910) e la Brigata Spendereccia (1912), quest’ultima ripresa poi con l’amico Luigi Bonelli (1920-1921) per la trasformazione in libretto per un dramma lirico che avrebbe dovuto musicare Pietro Mascagni. Un intenso e appassionato impegno lo profuse per i suoi testi teatrali. Già nel 1909 scrisse “Una Mascherata” che fu tenuta al teatro dei Rozzi in occasione di una visita dell’On. Ferri ed interpretata da Corrado Manneschi, Federigo Joni e lo stesso autore Ezio Felici. Sono del 1921-22 i primi appunti per la stesura del San Crespino (2 atti + 1) a cui seguirono altri titoli quali “Il Campanile” (1928), “La tavola a fondo oro” (1929), l’incompiuto dramma lirico “Provenzan Salvani” per la musica di Riccardo Zandonai (1929) e altre bozze sino alla scena radiofonica su Brandano “Il pazzo di Cristo” mandata in onda dall’EIAR a cura di un suo allievo e carissimo amico Silvio Gigli (1943 c.a). Si, perché Ezio Felici insegnò il “mestieraccio” alla redazione del Telegrafo un po’ a tutti: Dino Corsi, Lido Andreoni, Silvio Gigli, Arrigo Pecchioli, Mario Verdone, Mario Celli, Rolando Ciampoli ma anche a molti altri meno noti.

Come ebbe a dichiarare lui stesso volle scrivere il “San Crespino” per rifondare il teatro vernacolare senese, un progetto che sicuramente si è realizzato nel tempo anche se circoscritto e con alterne vicende. Immediatamente dopo, infatti, aderirono all’invito Fernando Giannelli con “Il nerbo legato”, Dino Corsi con il “Daccelo”, Silvio Gigli con “Le gioie della famiglia” e “È arrivato il fantino dell’Aquila”. Ma credo che più di una rifondazione si possa considerare come una vera e propria fondazione, quella di Ezio Felici, in quanto non vi è traccia di una produzione letteraria teatrale vernacolare senese, con carattere di continuità, precedente alle opere citate, come del resto testimonia il seguente manoscritto redatto probabilmente per una presentazione del “San Crespino”:

 

Del Teatro Senese

(10 – 10 – 1927)

“L’idea di far sorgere un Teatro d’ambiente senese, lanciata poco tempo fa da alcuni miei concittadini, venne discussa da illustri scrittori italiani, primi fra tutti i più geniali esponenti della letteratura e del Teatro fiorentini.

L’idea ebbe naturalmente consensi e disapprovazioni determinate quest’ultime, dalla considerazione che Siena, non avendo un vero dialetto, non può di conseguenza possedere un Teatro a fisionomia propria che si distacchi cioè dalla via maestra nella quale si esplica e si afferma la lingua ufficiale italiana. A tale prevenzione si aggiunse l’altra, prospettata del resto per tutti i teatri a carattere regionale, che ritiene impossibile il successo di un lavoro dialettale se insieme al lavoro non scaturiscono gli attori capaci di scolpire sulla scena i “tipi” disegnati dagli autori.

 

‘Nihil sub sole novi’

 

Se si fruga un po’ nei solchi della storia senese, troveremo ad esempio che un Teatro popolare ebbe agio di prosperare nella prima metà del secolo XVI per merito dei “prerozzi” e dei “Rozzi” ai quali fu concesso l’onore di recitare le loro commedie, quasi improvvisate, dinanzi alla corte di Leone X; troveremo che Girolamo Gigli, per quanto in forma più letteraria, continuò le tradizioni teatrali senesi con il famoso “Don Pilone” e “La sorellina di Don Pilone” riesumata recentemente al Teatro degli Indipendenti di Roma e via via, attraverso le manifestazioni di secolari accademie, troveremo che un Teatro prettamente senese ha avuto, sia pure a larghi intervalli, un aspetto di continuità che vale bene la pena di farci ora meditare se convenga risuscitarlo con mezzi e sentimenti consoni alla nostra epoca, dall’oblio in cui giace.

Perché tutte le considerazioni filologiche, grammaticali, tecniche, non potranno mai distruggere un’opera d’arte comunque compiuta, né, limitandoci all’argomento ch’io tratto, la verità che la lingua parlata dal popolo senese si differenzia dalla lingua parlata dalle classi colte, e di conseguenza da quella scritta, per il suo diverso contenuto psicologico e filosofico, per una maggiore vivacità di espressione, per una più ricca proprietà di vocaboli, per una molteplicità di elementi insomma i quali di per se stessi contengono, a parer mio, un’abbondante ricchezza di materiale capace di offrire all’artista l’inspirazione ed il mezzo di creare un’opera d’arte fresca ed immanente.

Non uscendo dalle cerchia della mia città, oso affermare che non sono mai stati certamente i letterati gli eredi più diretti del patrimonio artistico contenuto nei versi primitivi ed incisivi di Meo de’ Folcacchieri e nei sonetti focosi di Cecco Angiolieri, non sono stati certamente i letterati a rifecondare i solchi tracciati a filoni d’oro nei campi della poesia dagli “assempri” di Fra Filippo degli Agazzari, dalle divine e pur semplici lettere di Caterina e dalle caustiche prediche di San Bernardino nelle quali ultime soprattutto è prospettata la psiche multiforme di un popolo che ondeggia fra mistici ardori e voluttà pagane.

Io ho voluto dunque dimostrare il mio consenso all’iniziativa scrivendo per il Teatro Senese un lavoro di piccola mole da cui si deve rivelare la possibilità per lo sviluppo di un più vasto disegno.

Una tenue vicenda d’amore a lieto fine inquadrata in una festa popolare di sapore professionale e che trova gli elementi di contrasto nella vibrante rivalità di contrade che è rimasta e rimarrà ora e sempre nel petto del popolo senese poiché essa ha posto da secoli le sue radici in quei labirinti dell’anima non sfiorati dall’urto delle mutevoli umane vicende.”

Segue la nota in calce: “L’ultima parte della premessa va modificata in quanto ho aggiunto il terzo atto che presenta uno sviluppo e una conclusione diversa da come era impostata nei primi due atti.”

 

È utile sottolineare come il teatro vernacolare senese, poco rappresentato al di fuori dell’ambiente cittadino, sia stato a volte interpretato, in tempi più recenti, in modo non corretto, calcando maggiormente gli aspetti meno felici del linguaggio popolare e facendolo somigliare più ad una comparsata piuttosto che ad una rappresentazione teatrale vera e propria. Il vernacolo è il modo di parlare quotidiano, ricco di tutte quelle sfumature espressive di una lingua parlata, ma strettamente corrispondente alla lingua madre italiana.

È interessante inoltre rilevare come nella ambientazione del San Crespino compaiano anche elementi di matrice futurista (considerando gli anni in cui fu scritta la commedia) quali l’automobile, (citata al maschile) oltre che in un dialogo, anche per i ripetuti suoni di clacson fuori scena durante il terzo atto. I Futuristi, un ambiente con cui Ezio Felici ebbe contatti per la sincera amicizia con Virgilio Marchi che illustrò la prima edizione dei sonetti “Santa Caterina” (1920), ma troviamo anche testimonianze di stima e di affetto da parte di F.T.Marinetti ed altri del gruppo.

Il San Crespino fu rappresentato almeno tre volte nel periodo tra le due guerre, sia nella prima versione in due atti, sia in quella definitiva in tre atti. Nel 1958, in occasione del primo decennale della scomparsa dell’autore fu messo in scena al Teatro Comunale dei Rinnuovati con Silvio Gigli nella parte di Poldo (rappresentazione a cui partecipai anch’io nella parte del garzone di Marchiò). In quegli anni erano attivi in Siena alcuni gruppi teatrali animati uno da Fernando Giannelli, un altro legato al Circolo Bancari del Monte dei Paschi di Siena, un altro ancora sostenuto dal Piccolo Teatro della Città di Siena (di quest’ultimo significativa la messa in scena di “Vicoli senesi” di Fulvio Bencini, Teatro Comunale dei Rinnuovati, 1963 e dedicato alla memoria di Ezio Felici), oltre ad altri gruppi come quello dell’Alberino, del Costone e dell’Oratorio di via del Sole.

Successivamente sono nati gruppi teatrali in alcune contrade e, unico nel suo genere, il “Vernacolo clebbe” diretto e sostenuto da Bruno Tanganelli “Tambus”, oggi scomparso.

Delle commedie di Ezio Felici solo nel “San Crespino” colloca nella  trama anche aspetti di vita contradaiola, diversamente da altri autori che successivamente hanno privilegiato quasi esclusivamente l’intreccio con le vicende paliesche. Un aspetto, quello della trama legata al Palio, che ha fortemente condizionato la diffusione del teatro senese, costringendolo prevalentemente in ambito cittadino.

A parte ciò, Ezio Felici è comunque riuscito a “risuscitare dall’oblio” il teatro vernacolare senese come si era proposto di fare? Credo che la risposta migliore possa giungerci dalla volontà di sostenere e valorizzare tutto il nostro patrimonio teatrale vernacolare prodotto sino ad oggi. Un patrimonio a disposizione di attori, registi e soprattutto del pubblico, un pubblico non solo senese come avrebbe desiderato Ezio Felici nell’intento di diffondere e testimoniare l’immagine della sua città.

 

Daniele Sasson


"SAN CRESPINO"

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EZIO FELICI

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